Paradisi artificiali
Scritto da Zazzà
Giovedì 23 Agosto 2007 15:28
"It's delightful, it's delicious, it's de-lovely!"
(Ella Fitzgerald, It's De-lovely)
(Ella Fitzgerald, It's De-lovely)
Ecco come io immagino il paradiso.

Non che io sia quella che, con un neologismo sempre più diffuso, verrebbe definita una "shopaholic". Però adoro, adoro, adoro determinati accostamenti di forme e colori, che causano in me un fenomeno attrattivo legato al bisogno di possederli. Una specie di forza di gravità. Credo sia qualcosa legato all'essere femmina, peggiorato in parte dall'avere la fissa per la grafica.
Quindi, pur non essendo una maniaca dello shopping, spendo i miei pochi risparmi in giocattoli, vestiti ed accessori di colori e forme improponibili, che poi combino sul mio corpo con la perizia e la raffinatezza di Sbirulino.
Questo è uno dei motivi per cui vado in sollucchero guardando i telefilm giapponesi (l'altro è per la loro splendida pronuncia delle U: provoca delle vibrazioni benefiche che mi causano rilassamento, ed io sono molto sensibile alle vibrazioni vocaliche).
Dicevo i telefilm giapponesi sono veri paradisi di plastica: un tripudio di abiti coloratissimi, accessori originali, arredamento pacchiano...un po' come la casa di Barbie, però con meno predominanza di rosa.
Sono consapevole del fatto che con ogni probabilità il Giappone è molto diverso. Però quando ti immergi nella visione delle "nipponovelas" inizi a crederci davvero. Inizi a pensare che davvero esiste un mondo così zuccheroso da qualche parte del pianeta e che prima o poi dovrai trasferirtici. Un mondo dove l'aria profuma di vaniglia e cannella. Dove i negozi organizzano delle vendite a prezzi stracciati di vestitini alla marinara e completini pieni di trine e merletti. Dove non è considerato da imbecilli passeggiare con un ombrellino da sole o con delle mutandone di pizzo. Dove il cellulare è piccolissimo, ma corredato di un qualsiasi accessorio morbido, simpatico e luccicante 3 volte più grosso. Dove puoi fermarti in un caffè con arredamenti barocchi a mangiare gelati grandi quanto il Monte Fuji con cucchiaini microscopici. Dove le ragazze emettono continuamente dei gridolini e assumono con il viso delle pose teatrali per esprimere i sentimenti più disparati. Dove il cibo ha delle forme così allettanti che ti sembra un peccato mangiarlo. E ti dimentichi che è prevalentemente composto di alghe, verdure e pesce*. Dove l'amore è tutto un "flap-flap" di ciglia, lunghi sguardi intensi, stelline e fiorellini che appaiono qua e là. E anche l'eroe più fiero e virile balbetta ed arrossisce quando sfiora per caso la mano della sua amata. Dove un letto non è un letto se non è pieno zeppo di pupazzoni di peluche e cuscini a forma di cuore. Soprattutto dove ogni accessorio, ogni oggetto d'uso comune, ogni infinitesima particella della tua casa ha un aspetto così "kawaii"**!
Lo sapevo.
Mi sono lasciata trasportare.
(*) Io odio alghe, verdure e pesce.
(**) E' una parola giapponese, ma tradurla con "carino" sarebbe riduttivo...indica qualcosa che può essere alternativamente o contemporaneamente:
- morbido
- tenero
- commovente
- di bell'aspetto
- con un certo non so che di buffo
No, in effetti a mio parere è una parola intraducibile. Basta però sentire una ragazzina giapponese pronunciarla e si capisce all'istante cosa intende.

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Mi sento un accessorio nella società. Un soprammobile della civiltà contemporanea. Dove mi metto sto male. Dovunque faccio danno. Mi siedo in un angolo e penso: forse sto messo male. Mi sposto e penso: forse stavo messo meglio prima (Antonio Rezza)
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Arte e i suoi derivati
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