La sottoscritta dichiara:

Scritto da Zazzà Venerdì 20 Luglio 2007 16:47
"I won't pay, I won't pay ya, no way
now now Why don't you get a job"
(Why Don't You Get A Job, The Offspring)

Non mi biasimate.
Oggi ho affrontato un colloquio. Per il servizio civile.
Lo so che nella remota ipotesi che mi prendessero dovrei cambiare il nome del blog in "Fanqualcosone". Lo so che si tratterebbe di lavorare, o più precisamente di alzare il popò dalla sedia diversi giorni a settimana per diverse ore. Lo so che andrei incontro all'ignoto e chissà a quale mansione sarei affidata e chi lascia la via vecchia (fancazzismo) per la nuova (lavoro volontario semiretribuito).
Ma io vorrei evolvere me stessa, sviluppare la mia personalità, fare nuove esperienze e conoscere tanta bella gente.
Bugia...Ho solo un impellente, straziante e disperante bisogno di soldi. Pochi, certo, ma sempre utili per ristabilire la mia tranquillità. E pagare i debiti. E comprarmi un PC nuovo. E tanti fantastici bijoux. E almeno 4 o 5 paia di scarpe.
Abbagliata dalle visioni consumistiche che mi si profilavano all'orizzonte, consumo un pasto frugale (pasta al ragù, polpettone, insalata, formaggio, frutta, dolce, caffè e ammazzacaffè) e mi dirigo al guardaroba. Qui cerco un difficile compromesso tra un casual distratto, un sobrio formale ed un tocco d'originalità naif che fa tanto artista. Con discreto successo. Sennonché mi rendo conto, ahimè, che la panza gonfiata come un canotto dal pasto, ancorché frugale, trasborda dalla vita bassa dei jeans, e mi rivolgo verso una tenuta più "fasciante", in modo da camuffare le ultime testimonianze del polpettone. L'effetto non è quello sperato, sembro in pigiama, ma non fa niente. Arrivo in ritardo, in un luogo dimenticato da Dio e dalla Vodafone, avendo alle spalle circa 7 stradine deserte sbagliate e sperando in un piacevole "effetto cenerentola". Il luogo deputato al colloquio è in una stradina desertica un po' più avanti. Nuvole di polvere si alzano facendo diventare la mia mise di un bel colore beige colonialista. Fumo. Socializzo con gli astanti, soprattutto con una ragazza che scopro essere la figlia della mia professoressa delle superiori di greco. Ma com'è piccolo il mondo.
Ovviamente ho la fortuna di essere l'ultima ed entro strisciando con la viscidità e lo sguardo perso di una trota, mentre l'esaminatrice mi guarda in cagnesco a denti stretti, e uno dei due esaminatori si sofferma sull'osservazione del mio physique du rol. Con il terzo avevo socializzato all'esterno e ormai mi sembrava che facesse il tifo per me.
La donna dallo sguardo che uccide, la Gorgone, mi guarda argomentando qualcosa sulla invalidità della mia domanda, argomentazioni che l'altro, che sembrava dirigere i giochi, ha respinto con fermezza.
Zittita la Gorgone, il leader ed io ci siamo rivolti domande di rito e sguardi d'intesa che sembravano trasmettere un tacito: "Fa caldo, ed entrambi abbiamo di meglio da fare, vero?", con il silenzioso assenso dell'angelo custode (il tizio conosciuto all'esterno).
L'intero procedimento è durato meno di dieci minuti.
Sono uscita.
Ho ri-fumato.
Con una sgommata in un vento carico di polvere, sono andata via con la sigaretta tra le labbra ed una profonda ruga d'espressione alla Clint Eastwood.
Le faremo sapere.


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Mi sento un accessorio nella società. Un soprammobile della civiltà contemporanea. Dove mi metto sto male. Dovunque faccio danno. Mi siedo in un angolo e penso: forse sto messo male. Mi sposto e penso: forse stavo messo meglio prima (Antonio Rezza)

 

 

 

 

 



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