I cartelli impossibili

Scritto da Zazzà Lunedì 22 Ottobre 2007 14:27
“Lingua ideale, generosa, sensuale
la nostra lingua italiana”
(La nostra lingua italiana, Riccardo Cocciante)

Dopo un antecedente dalla prosa così fine ed elegante quale il cartello di Piano Cappelle, sono riuscita a scovare in maniera del tutto casuale, una seconda perla da annoverare tra i “cartelli impossibili”.

Cartello sgrammaticato

Il cartello in questione, al pari del primo, mira all'intimidazione, tuttavia l'ignoto autore arricchisce la sua opera con connotazioni giuridiche che sconfinano a volte nell'azzeccagarbugli. Basti soffermarsi sul ridondante termine spiccatamente burocratico “elettivamente”; o sull'ancora più incisivo ed inusitato “elasso”, termine squisitamente giuridico, caduto in quasi totale disuso (e si comprende facilmente il motivo), traslitterazione del latino “elapsus”, participio passato del verbo “elabi”*.
Tralasciando il misurato e parsimonioso uso della punteggiatura (che sembra essere stata elisa in più punti in cui sarebbe stata necessaria, quasi per far comprendere al lettore il rigore e la sobrietà dell'avviso), chi ha forgiato queste righe, e s'è preso la briga di farle stampare su plastica, sicuramente ignorava l'uso dei programmi di videoscrittura. O forse delle scuole elementari. Si notino i numerosi errori di battitura.
Ultimo, ma non per importanza, l'aggettivo “presente”, in riferimento al cedolino-ricevuta consegnato dagli ausiliari della Cooperativa (la cui privacy ho preferito preservare per non consegnarli anzitempo e senza il loro consenso agli onori della cronaca letteraria): “presente” dove? Il sommo letterato intendeva forse “presente sull'autoveicolo al momento della sosta (sottintendendo con una brillante figura retorica la seconda parte della frase)”? O piuttosto aveva  dimenticato di stare scrivendo su un cartello anziché su un cedolino?

(*) Dovevo pur far trasparire in qualche modo la mia istruzione classica.


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Mi sento un accessorio nella società. Un soprammobile della civiltà contemporanea. Dove mi metto sto male. Dovunque faccio danno. Mi siedo in un angolo e penso: forse sto messo male. Mi sposto e penso: forse stavo messo meglio prima (Antonio Rezza)

 

 

 

 

 



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