Guida alla sopravvivenza per disadattati - Introduzione: Le leggi della sopravvivenza

Scritto da Zazzà Martedì 09 Ottobre 2007 14:34
“E adesso un lieto ritornello che non c'entra un cazzo,
ma che piace ai giovani:

ditemi perché se la mucca fa mu il merlo non fa me”
(Nubi di ieri sul nostro domani odierno [Abitudinario], Elio e le Storie Tese)

Quello che state leggendo non vuol essere una preziosa silloge di consigli che le persone comuni potranno utilizzare per affrontare la vita nel modo giusto e procurarsi successo. Esso vuol essere un'ancora di salvataggio per persone (lo ammetto, come la sottoscritta) che hanno un particolare tipo di problema, il quale potenzialmente potrebbe anche portarli all'autodistruzione e di cui non riescono a venire a capo: il non saper vivere adeguatamente in questo mondo.
A tal fine vorrei usare il termine “disadattato” nel suo significato etimologico di “non adattato”, incapace di adattarsi ai cambiamenti, per cui, secondo i dettami di Darwin, destinato all'estinzione.
Il disadattato, in un mondo frenetico e caotico che risulta un posto inospitale anche per le persone “normali”, vive in uno stato di eterna ansia, di frustrazione e, ovviamente, di timore di dover concludere prematuramente la sua esistenza; infatti le sue capacità mentali non sono inferiori a quelle del resto dei suoi simili: egli è solo totalmente e drammaticamente incapace di:
a) memorizzare le proprie esperienze e trarne insegnamento
b) relazionarsi ai propri simili
c) conformarsi alle regole, agli usi, alle tradizioni ed alla buona educazione comunemente accettati dal resto della sua specie
d) evitare di comportarsi come un decerebrato
e) avere un barlume di buon senso
Oltre a questi principali disagi che il disadattato vive, ovviamente, possono accumularsi numerosi altri disturbi più o meno gravi che variano in base alla personalità, allo stato di salute e alla situazione personale del soggetto.
Il risultato è che costui appare come una persona del tutto priva di senno, o quanto meno come un eccentrico, agli occhi delle sue frequentazioni.
Ora, l'obiettivo che il mio studio si propone è quello di fornire delle linee guida per questa sfortunata categoria di soggetti, che permettano loro quanto meno di affrontare la giornata con un minimo di certezza di ritornare vivi al proprio giaciglio.

La prima regola della sopravvivenza è appunto questa: moltiplicare le proprie possibilità di rimanere in vita. Ciò implica, come necessari corollari: tenersi lontano da armi, oggetti contundenti, materiali esplosivi; non svolgere lavori pericolosi che richiedano un alto grado di attenzione; evitare, insomma, ogni potenziale fonte di pericolo, in quanto la carenza dei riflessi nonché la congenita e perniciosa disattenzione tipica del disadattamento difficilmente permette di condurre una vita troppo carica di rischi. Altrettanto importante conseguenza di tale regola è il mantenersi, per quanto possibile, in uno stato di buona salute: infatti il disadattato è, per sua natura, dedito ai vizi; è completamente incapace di svolgere regolarmente un qualche sport per la incredibile mollezza della sua muscolatura (oltre che per una naturale imbranataggine che lo rende ultimo in ogni tipo di attività sportiva); tende costantemente, con l'età, a lasciare che la forza di gravità abbia la meglio sui suoi tessuti, rendendosi un flaccido ammasso di materiale organico; ha molto spesso una serie di disturbi cronici, incurabili, non gravi, ma estremamente fastidiosi. Infine, indispensabile è cercare di non frequentare persone di per sé permalose, irritabili, violente o pericolose, perché la straordinaria capacità di accumulare gaffes e figuracce del disadattato potrebbe scatenare attacchi d'ira anche in un soggetto con la pazienza di Giobbe, provocando, in tal modo un drastico abbassamento delle chance di sopravvivenza.
Le leggi dell'evoluzione della specie giocano contro di noi, miei cari disadattati, ma noi dobbiamo cercare di combatterle con i nostri mezzi!


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Mi sento un accessorio nella società. Un soprammobile della civiltà contemporanea. Dove mi metto sto male. Dovunque faccio danno. Mi siedo in un angolo e penso: forse sto messo male. Mi sposto e penso: forse stavo messo meglio prima (Antonio Rezza)

 

 

 

 

 



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