Cioccolata sprecata
Scritto da Zazzà
Domenica 30 Marzo 2008 00:00
“La casa la chiesa, a modo e per bene
campana che suona
la notte che viene...
cattolico decoro, cattolico decoro...”
(L'ora delle tentazioni, C.S.I.)
campana che suona
la notte che viene...
cattolico decoro, cattolico decoro...”
(L'ora delle tentazioni, C.S.I.)
Certe volte la gente si chiede cosa sia l'arte. C'è chi se lo chiede di fronte ad una pila di barattoli di zuppa di pomodoro Campbell. C'è chi se lo chiede di fronte a una valanga di pallette colorate che franano dalla scalinata di Trinità dei Monti. C'è chi, invece, se lo chiede di fronte ad una statua realistica di Cristo ad altezza naturale. Realizzata da tal Cosimo Cavallaro, fino a una settimana fa sconosciuto artista italo-canadese quarantasettenne, probabilmente destinato a invecchiare senza aver raggiunto l'apice della sua gloria. Invece oggi è quest'opera a regalargli la notorietà.
Opera la quale ha suscitato un'ondata di cattolico e pudico sdegno da parte dei cristiani di tutto il Nord America. Perché? Perché trattasi di un Cristo di 90 kg di cioccolato purissimo, nella posizione della crocifissione, secondo l'iconografia tradizionale. Nulla di nuovo, se si valuta che la statua (intitolata, con un doppio senso di dubbio gusto, My sweet Jesus, ovvero “Mio dolce Gesù”), è solo l'ultima di una lunga serie di santi, martiri e madonne realizzate dal poliedrico artista, se non fosse per un particolare anatomico che ha fatto infuriare i prelati. Ebbene sì, il Cristo di Cavallaro è nudo come un verme.
Il concetto di blasfemia è una materia ben strana di cui parlare con un uomo di chiesa. Ma non mi faccio carico di sondare i motivi per cui debba scandalizzare il fatto che il figlio di Dio (fattosi uomo come si sostiene) avesse un pene. Non me ne faccio carico perché altrimenti si finirebbe a parlare dei “braghettoni” aggiunti da Daniele da Volterra al Cristo del Giudizio universale, nudo anch'esso. E non voglio mischiare opere dal fascino e dalla potenza capaci di infondere la più profonda commozione in chi le guarda, con dei discorsi sulle mere provocazioni di un sedicente artista frustrato dal proprio anonimato.
In sé, un tale spreco di cioccolata ha suscitato in me un'indignazione comparabile a quella dei prelati davanti al “divin genitale”. E sarei curiosa di sapere con quali astruse associazioni di idee sono arrivati a imbastire critiche all'artista blasfemo, colpevole di suscitare doppi sensi, analogie e desideri inconfessabili nell'umana imperfezione.
Quella che però considero un omicidio dell'arte è averne fatto un fenomeno costituito in parti uguali da sfrontatezza e provocazione (più o meno come una soubrette a cui “casualmente” spunta fuori un capezzolo durante una trasmissione).
Certo la provocazione è componente inscindibile di un'espressione artistica, ma dove sono finite la passione, il sentimento, il “divino furore”? E soprattutto come possono esistere persone capaci di credere che l'arte consista davvero in ciò a cui i media danno risalto?
La reazione dei prelati offesi davanti ad una simile (dicono) blasfema rappresentazione è poi alquanto grottesca. Di certo un clero che si lascia andare a pubbliche manifestazioni di risentimento, ed un pubblico credente che si costerna, s’indigna, s’impegna, costituiscono una notevole cassa di risonanza mediatica per il Cavallaro.
Può essere che un pene non sia volgarità, un Cristo di cioccolata non sia sacrilegio. Magari volgare e sacrilego è l'aver ridotto un'espressione dell'animo umano a un fenomeno di costume.

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Mi sento un accessorio nella società. Un soprammobile della civiltà contemporanea. Dove mi metto sto male. Dovunque faccio danno. Mi siedo in un angolo e penso: forse sto messo male. Mi sposto e penso: forse stavo messo meglio prima (Antonio Rezza)
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