Al cinema con la riduzione: La solitudine dei numeri primi
Zazzà: La Solitudine dei numeri primi è un film esasperante e ridicolo. Ecco, l'ho detto, via il dente via il dolore, con buona pace degli estimatori del genere "film-intellettuale-che-capiamo-solo-noi-che-abbiamo-cultura-e-sensibilità". E a mio parere non è null'altro questo raccapricciante museo dello pseudo-intellettualismo borghese, se non una immensa operazione commerciale data in pasto a chi si ritiene superiore per animo poetico. A cominciare dalla colonna sonora, o meglio dalle canzoni cult del passato che intervallano un silenzio denso di tensione poetica (leggi: noia) e l'altro, canzoni fatte apposta per soddisfare il palato di un pubblico detrattore della "musica commerciale". Per proseguire con il libro sfruttato per il soggetto, a cui i bibliofili da bestseller che non hanno mai letto, che so, Flaubert e Kundera, hanno tributato tanti onori manco fosse la nuova Divina Commedia (ma non ho letto un solo rigo del libro, quindi non posso esprimere giudizi, anche se dopo la visione del film ho accumulato un gran numero di pre-giudizi). Libro il quale, tra l'altro, fa capolino sul comodino della protagonista in una scena clou del film. Per finire con i costumi così metropolitan-original-vintage-chic da "noi-ci-distinguiamo-dalla-massa". Insomma, tutto nel film urla: "Se non ti piace questo film sei un decerebrato da cinepanettone".
Ma cosa offre il film del figlio di cotanto padre, Saverio Costanzo (a parte farci rimpiangere il padre Maurizio che, non dimentichiamolo, ha sceneggiato un filmone come La casa dalle finestre che ridono, che quasi quasi mi vergogno a inserirlo nello stesso post con questo)?
Cliché. Il secchione chiuso in se stesso che in realtà è taaaanto sensibile. La ragazza insoddisfatta di sé che poi diventa bulimica. Figli che ereditano le nevrosi dei genitori. Genitori che scaricano le proprie frustrazioni sui figli. Rapporti saffici tra ragazzine. Adolescenti che si tagliano. Cose maaaaai viste! Novità assolute! Stupore, emozione, suspance, più o meno nella stessa misura di una televendita di materassi in lattice.
Nota positiva, i protagonisti decisamente bravi che riescono nonostante tutto a rimanere espressivi anche dopo un quarto d'ora di silenzio ad inquadratura ferma. Chiunque altro avrebbe preso sonno o iniziato a scaccolarsi per passare il tempo. Bravi tutti tranne Filippo Timi (nel cameo del Clown che fa paura, altro cliché), che farebbe bene a ridimensionare la sua opinione di sé e a smettere di imitare Carmelo Bene. Se proprio si vuole ispirare a qualcuno, meglio magari mirare più in basso, che so, a Jimmy il Fenomeno.
In conclusione: approfondimento psicologico zero, personaggi bidimensionali, regia inconsistente, un film pessimo e soprattutto offensivo non solo nei confronti dell'intelligenza dello spettatore, ma anche nei confronti di chi davvero vive disagi psicologici che nel film vengono appena sfiorati, anzi diventano delle caratteristiche "decorative" dei personaggi, dei pezzi di scenografia.
Giudizio:

Il fido Amico Marco: Si è fatto un gran parlare di questo film e come spesso accade questo non rappresenta mai un vantaggio. Le pretese del regista sono tante, si è cercato di fare un film che tirasse fuori gli aspetti più nascosti e impensabili dell'animo umano. In effetti i presupposti c'erano tutti, il regista riesce a mettere insieme due e più storie molto interessanti e particolari. Ma l'evoluzione del racconto non sempre entusiasma e a volte appare lento e retorico. Le storie diventano il contorno dei personaggi e il tutto sembra non avere un epilogo. Sarà anche perché il film non è una puntata di una soap di primo pomeriggio ma è un'opera esclusivamente introspettiva e dunque complicata. Il finale è il vero succo del film; misterioso, indeterminato, tormentato come i personaggi raccontati... Insomma un film pieno di nebbia e perciò difficile da vedere...
Giudizio:

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Mi sento un accessorio nella società. Un soprammobile della civiltà contemporanea. Dove mi metto sto male. Dovunque faccio danno. Mi siedo in un angolo e penso: forse sto messo male. Mi sposto e penso: forse stavo messo meglio prima (Antonio Rezza)
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